Il mio Maestro Ciarandass

Satsang – Yogi Gyananderji racconta la vita del suo Maestro Ciarandass.
 

La vita di Ciarandass.
Gyanander non ha mai voluto scrivere niente sulla vita di Ciarandass poiché è molto geloso della relazione con il Suo Maestro.
Adesso, pensando che la conoscenza della vita di Ciarandass potesse essere utile gli occidentali, anche se non sono molto adatti (alla vita spirituale) ha cambiato idea.
Inoltre negli anni che Gyanander ha trascorso in Italia, non ha mai portato nessun allievo a visitare il luogo dove Ciarandass ha ricevuto la sua Iniziazione, finchè nel 2019 conduce alcuni allievi li dove Ciarandass è nato, a Delhi e dove ha vissuto e ha scritto la lettera cui si farà riferimento più avanti.
Gyanander non scrive a partire dalla nascita di Ciarandass, ma inizia dal periodo successivo al momento della Sua realizzazione, avvenuta circa a metà della Sua vita.
Gyanander in questi anni ha realizzato che essendo Ciarandass nel Suo cuore, egli non ha bisogno di fare alcuna pratica per tenercelo, come disse Krishan nella Gita: “Io risiedo nel cuore del mio devoto ed elimino la sua ignoranza (illusione)”.  

Ciarandass è vissuto dal 1701 al 1780 (circa ottanta anni).
 Un giorno Bhagatiraj (il re della devozione) stava in meditazione quando all’improvviso aprì gli occhi. La mattina dopo chiamò lo scriba chiedendogli di scrivere che il re Nadir Shaha dell’Iran, avrebbe attaccato Delhi. Prima avrebbe attaccato Kabul, raccogliendo molti soldati per proseguire la sua marcia verso Lahor (attuale capitale del Pakistan).
Il suo comandante era Tahamoch Kulikahn, e i combattenti di Lahor, avendo visto il suo esercito, si unirono a lui per la paura. Arrivato a Srhind, in India, si sarebbe trovato molto vicino a Delhi. Ciarandass mandò un messaggio al Forte Rosso, indirizzato al re Bhadur Shaha Jaffar, che presiedeva il Forte, con su scritto: “Il re Nadir Shaha verrà verso Delhi, dopo aver invaso Srhind, e quando arriverà a Karnal, re Bhadur Shaha Jaffar manderà contro di lui due fratelli comandanti Bakshi, che moriranno in battaglia. Il re verrà verso Delhi e tutti gli eserciti che affronterà entreranno a far parte del suo esercito. Arriverà a Dehli e ammazzerà anche le persone innocenti. Il decimo giorno di luna calante del mese fagun (più o meno a marzo) entrerà nel Forte rosso di Delhi e vi resterà due mesi. Prenderà il diamante Kohinoor e tutto il tesoro del forte, e l’ottavo giorno di luna calante del mese vaishakh (più o meno a maggio) tornerà indietro”.
Ciarandass affidò la lettera a un suo uomo fidato, Sadudikhan, chiedendogli di portarla al re Bhadur Shaha Jaffar. Sadudikhan, timoroso della reazione che avrebbe potuto avere di fronte alla cattiva notizia, disse al re: «uno yogi mi ha dato questa lettera». Il Re gli disse di non aver paura e di dargli la lettera e, dopo averla letta, disse a Sadudikhan che le cose scritte sulla lettera le avrebbe volute sentire direttamente da Ciarandass, e chiese a Sadudikhan di dire allo stesso Ciarandass: «il re è tuo schiavo», affidandogli numerosi regali per Lui. Tornato da Ciarandass, Sadudikhan si inchinò ai suoi piedi e gli riportò le parole e i doni del re. Sadudikhan gli chiese: «questo può cambiare la situazione?». Ciarandass gli rispose: «può cambiare la stella polare, ma questo resterà così come ho detto», firmando personalmente la lettera. Riportata al re, la lettera firmata da Ciarandass venne messa in cassaforte, ma il re non fu convinto del tutto che quanto vi era scritto sarebbe accaduto. Passati cinque mesi, si stava avvicinando il giorno predetto da Ciarandass quando il tehmaciucli (messaggero) disse al re che Nadir Shaha era entrato a Lahor, come scritto da Ciarandass. Il re inviò allora l’esercito ad affrontare l’invasore, con i due fratelli comandanti, che morirono in battaglia, a Karnal, a 300 km da Delhi. Vinta questa battaglia, Nadir Shaha entrò nel Forte Rosso, dopo aver ucciso numerosi innocenti a Delhi. Nadir Shaha entrò nella sala del re Jaffar che, tremando, si inginocchiò ai suoi piedi, temendo di essere ucciso. Ridendo, Nadir Shaha gli disse di scambiarsi i copricapi (il re aveva il diamante Kohinoor incastonato  nella sua corona, mentre Nadir Shaha aveva un semplice cappello di cuoio). Re Jaffar sedeva in basso, Nadir Shaha in alto. Re Jaffar gli disse «io sapevo già da sei mesi che tu saresti arrivato»! Nadir Shaha scoppiò a ridere. Re Jaffar chiese allora ai suoi aiutanti di portargli la lettera scritta da Ciarandass. Nadir Shaha chiese «che giorno è oggi?»; ed era il giorno preciso predetto da Ciarandass.

 Re Nadir Shaha aveva già visto profezie, ma mai con il giorno preciso e ordinò «portate immediatamente questo Santo yogi qui!». I soldati arrivarono all’ashram, a tre-quattro chilometri dal Forte Rosso, ma Ciarandass si rifiutò di andare da re Nadir. Quest’ultimo allora inviò all’ashram il suo esercito con l’ordine di distruggere l’ashram con un cannone e di uccidere Ciarandass. Arrivati all’ashram, i soldati spararono con il cannone,  però esplose il cannone uccidendo tutti i soldati e provocando un rumore che arrivò fino al Forte. Proprio nel momento in cui sentì questo frastuono mai sentito prima, al re Nadir Shaha apparve Ciarandass. Vista l’aura di Ciarandass, frastornato dal rumore, che non capiva da cosa provenisse, immediatamente il re si alza in piedi a lui chiedendogli «perché non sei venuto prima, ma solo ora che ti hanno portato qui le mie guardie?». Nadir Shaha pensava che i suoi soldati lo avessero portato lì, non potendo immaginare che Ciarandass gli fosse apparso. Ciarandass gli rispose «prima non ne avevo voglia, ma poi volevo vedere lo straniero che è entrato in Bharat (India). Non c’è nessuno che può costringermi con la forza, ma sono io solo a decidere dove andare». Nadir Shaha dice «io non credo nelle parole, ma nei fatti. Se non mi mostri qualcosa di soprannaturale, allora ti prendo io con la forza!». Ciarandass, sorridente, guardò verso il re e dalla piuma sopra la sua corona si trasforma in uccello, e volò via. Il re Nadir Shaha non sapeva come fosse successo, ma disse che non si trattava di un potere di uno yogi, ma di un gioco di prestigio. Ordina quindi di incatenarlo per la gambe, braccia e collo. L’indomani si sarebbe fatta giustizia formale con il giudice, per decidere su chi si prende gioco di un re.
La mattina chiama il kajji (giudice) e gli chiede quale fosse la punizione per un comportamento così irrispettoso nei confronti del re. Il kajji doveva dire ciò che voleva il re, altrimenti sarebbe stato punito e dice che la punizione sarebbe stata il Sangsara, ovvero mettere il condannato sotto terra con la sola testa sporgente, per essere lapidato. Il re ordina di portare il carcerato in mezzo a un campo. Ma nella cella i soldati trovano solo le catene, senza trovare Bhagatiraj. Nadir Shaha pensò che alcuni dei soldati di Mohammed Shaha, il re dell’India, non avessero chiuso bene la porta e decide di inviare i suoi soldati al Forte Rosso. Ma essi non trovarono niente. Allora re Nadir manda i suoi soldati all’ashram, ed essi lì trovarono Ciarandass. Data questa notizia a Re Nadir, egli ordinò immediatamente di riportarlo da lui. Ma Ciarandass sparì. Nemmeno nell’ashram i soldati lo ritrovarono. Bhagatiraj, infatti, era riapparso a re Nadir. I soldati tremavano e piangevano, perché se fossero ritornati dal re senza Ciarandass, sarebbero stati uccisi. Ma quando ritornarono essi videro che Ciarandass era di nuovo lì, incatenato di nuovo per gambe braccia e collo. Ad incatenarlo, questa volta fu lo stesso Nadir Shaha, che mise in più molte guardie. Era felice perché finalmente il giorno dopo avrebbe visto la morte di chi lo aveva soggiogato. Ando a dormire tranquillo, con la sicurezza intorno al palazzo, alla sua stanza e nel carcere dove era rinchiuso Ciarandass.

Dopo mezzanotte, quando Nadir Shaha dormiva profondamente, sentì all’improvviso un calcio in testa e, svegliandosi, vide Bhaktiraj (Ciarandass). Scese dal letto e cadde ai suoi piedi con le mani giunte, chiedendo di perdonarlo, perché non aveva capito nulla della sua natura di DARVESH (uomo che comanda la natura): un SUFI (come i mussulmani chiamano gli yoghi) che ha raggiunto l’illuminazione, mandato da Dio come salvatore. E, tremando, aggiunse: «come posso pagare ciò che ho fatto?». 
I soldati sentivano dalla finestra che Ciarandass parlava nella loro lingua, ma non potevano entrare senza il permesso di Nadir Shaha. Al re tremante, Ciarandass disse: “non devi tremare perché io non farò mai del male a nessuno, nemmeno a te”. 
Bhaktiraj lo prese per mano, lo aiutò ad alzarsi in piedi e lo confortò dicendogli: “non avere paura di me”, visto che Nadir Shaha, cosciente del potere degli yoghi, temeva di ricevere una Sua maledizione. Poi Ciarandass parlò in turco e in arabo dicendo di non cercare l’illusione ma la verità delle cose, la loro vera essenza, Khuda (Dio). Dopo ciò Nadir Shaha disse: «il regno che ho conquistato lo darò a te e non a Mohammed Shaha». Bhaktiraj gli rispose: «tre cose sono causa di sofferenza: prosperità, terra e regno. Ostacolano il cammino verso la verità e condannano la vita intera alla sofferenza». Nadir Shaha comprese che Ciarandass non aveva bisogno di nulla e dopo tre ore di conversazione, Bhaktiraj gli disse: “adesso devo tornare al mio Ashram. Ricorda che non devi mai chiedere a nessun santo o yoghi di mostrarti qualcosa, a prescindere dal fatto che si tratti di un santo Mussulmano o di uno yoghi Indù: Dio non ha religione, l’Atman non ha nazionalità e tutti gli uomini sono uguali” (di fronte a Dio). Ciarandass si alzò per andare via e Nadir Shaha ordinò immediatamente di portare un baldacchino col quale, assieme a tre dei suoi comandanti, ricondusse all’ashram Ciarandass, mentre per strada tutti ammiravano Ciarandass. Quando scese dal baldacchino Ciarandass disse a Nadir Shaha: “ricordati che l’ottavo giorno di luna crescente del mese di Vaishakh, domenica, dovrai ripartire per ritornare al tuo Paese, l’Iran. 
Nadir Shaha, dopo aver preso il diamante Kohinoor, che era, ed è ancor oggi il più prezioso del mondo, assieme a molti altri tesori, in tale data ripartì per tornare Iran. (1) 
Dopo tre mesi dalla partenza di Nadir Shaha giunse in India, al forte rosso di Delhi, Mohammed Shaha, cui Nadir Shaha aveva restituito il regno, e andò all’ashram di Ciarandass, sopra un elefante con molti ornamenti d’oro e gioielli. Scese dall’elefante e cadde ai piedi di Ciarandass, rimanendo tre ore seduto a mani giunte davanti a Lui, che gli disse: «se vuoi farmi felice, riporta via tutto ciò che mi hai portato. Io non voglio niente di tutto questo». Mohammed Shaha disse: “quando il re offre una cosa, non la può riportare indietro: sarebbe un insulto. Potrai dare queste cose preziose ai mendicanti”. Ciarandass allora, per far felice il re, prese un bracciale fatto di nove gioielli, corrispondenti ai nove pianeti celesti e, raccomandandosi di non portare mai più niente, aggiunse: “riporta tutto il resto al Forte Rosso. Dove tu metterai queste cose, esse aumenteranno”. Così ogni giorno arrivavano all’ashram re di vari stati, nobili e altri ricchi, disturbando la pace del luogo. Per questo motivo, cinque anni dopo Bhaktiraj (Ciarandass) decise di andare via. Uscì da solo e prese una pelle di tigre per andare a salutare sua madre, dicendo a tutti i servitori dell’ashram di andarsene. All’ashram restarono solo i discepoli, perché Ciarandass pagava tutti i servitori. Andò verso Vrindavan, la città sacra di Krishan.

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Note:
1) Il diamante Kohinoor fu in seguito ripreso dal re del Punjab (stato indiano) e riportato in India. Successivamente, quando colonizzarono l’India, gli inglesi lo presero e lo portarono sulla torre di Londra, dove si trova tuttora e dove Gyanander l’ho ha potuto vedere, assieme a tutto il sangue fatto versare da tale gioiello. Ciarandass, infatti, non voleva che il diamante Kohinoor rimanesse in India, perché avrebbe provocato ulteriore spargimento di sangue. Il Kohinoor è nella torre di Londra, ma coloro che credevano fosse di loro proprietà, non ci sono più. Gyanander aggiunge: “sono sicuro che non rimarrà per sempre, nemmeno nella torre di Londra”.

Dopo che Ciarandass era partito per Vrindavan, lasciando i discepoli a Delhi, essi hanno avuto la fortuna di parlare con Sua madre chiedendole informazioni relative alla nascita nascita del Maestro e cose varie. In quel tempo Delhi si chiamava Inderparast (l’antica capitale dei Pandava ai tempi del Mahabharat), il nome Delhi le è stato attribuito succes-sivamente, dagli inglesi, al tempo della loro colonizzazione. Kunjo Bai, madre di Ciarandass, è nata a Inderparast (Delhi), nella zona più ricca della città, in una famiglia importante  suo padre lavorava al Forte Rosso, amministrando il tesoro del re musulmano Badhur Shaha, nipote del re che costruì il Taj Mahal.  
La madre non inizia a raccontare la vita di Ciarandass dalla sua nascita, ma da otto generazioni prima di Lui. Com’è possibile, visto cheoggi noi non ricordiamo più nemmeno il nome del bisnonno ?E’ una cosa che gli indiani capiscono subito, ma a voi la devo invece spiegare.In India, vicino a Benares, c’è un posto, chiamato Gaya, antichissima città, nominata anche nel Ramayan, attraversata da un fiume nel quale, nell’attuale Kaliyuga, non c’è più acqua. Per fare i riti, oggi, gli abitanti devono scavare un paio di metri nel letto del fiume, per trovare l’acqua necessaria, che è sprofondata a tale profondità.Questo fiume, che a livello astrale (celeste), ancor oggi si chiama Vitreni, secondo la mitologia Indù è quello che si deve attraversare per sapere se si deve andare in paradiso o all’inferno, dopo la morte, ovvero se il nostro karma sia buono o cattivo. Chi ha brutto karma attraversandolo percepisce sangue putrefatto, chi ha buon karma percepisce latte. Questo posto è a pochi chilometri da Bodhgaya, dove il Buddha ha raggiunto l’ illuminazione sotto l’albero sacro Pipal (samadhi).In India, ancora oggi, dopo aver effettuato tutti i riti relativi alla morte di una persona, un membro della sua famiglia deve andare lì a fare un rito, chiamato Pind Dan: Pin significa una balla di farina d’orzo, Dan significa carità. Il rito va fatto non per i viventi, ma per (a beneficio dei) i morti. Essendo un posto unico per tutta l’India, nel quale devono andare tutte le persone di religione Indù, chi scrive (Gyan) è andato lì già due volte e deve tornarci una terza volta, a fare questo rito. Su questo fiume secco c’è un posto (il Tempio di Brahma, il Creatore) antichissimo, costruito sulla spiaggia del fiume, ora secco. Accanto al tempio c’è un monte, alto come Perugia, dov’è ancora la città antica, distrutta e disabitata, ai piedi della collina c’è invece la città nuova, nella quale ci sono tantissimi alberghi e ristoranti. Arrivandovi in treno, il tassista, il conducente di risciò o altro veicolo di trasporto, vi chiederà da dove venite e vi porterà nello specifico luogo riservato a tutta l’organizzazione di questo tipo di rito per la tua specifica zona di provenienza.Dopo che ti sei sistemato nell’Albergo del caravanserraglio, l’albergatore chiama il sacerdote incaricato per la tua specifica zona, provincia e città. La mattina successiva arriva il sacerdote con un enorme registro nel quale è riportato il nome del tuo stato, della tua città, provincia ecc. e quello della tua casta. Apre la pagina specifica e ti legge il nome dell’ultima persona della tua città per la quale è stato fatta la cerimonia del Pin Dan. Lui ti può descrivere e raccontare tutto il tuo albero genealogico.Il sacerdote ti farà pagare un alto prezzo per il suo servizio, perché dovrà retrocedere una parte di compenso che riceve a tutta la catena delle persone coinvolte, a cominciare dall’albergatore, che di suo avrà già riscosso la quota dell’albergo che tu gli pagherai. Il sacerdote ti può raccontare tutto di tutti perché, per esempio, io gli ho raccontato anche che mi sono trasferito in Italia. Quindi lui sa vita opere e miracoli di tutti. In India in genere, nei villaggi non si registra la nascita, ma la morte: la nascita non è importante, ma la morte, oltre che certa, è anche importante. Il servizio funebre del Pind Dan è simile a quello che si fa in occidente, a differenza del bruciare i cadaveri. Per la cremazione dei cadaveri, per esempio, nei villaggi non si paga niente: ognuno porta gratuitamente un po’ di legna per la pira. Nelle città, al contrario, devi pagare la legna che viene usata per la pira funeraria.
Per la cerimonia del Pind Dan, invece, a Bodhigaya hanno messo una quota fissa per ognuno. Ma dopo un po’ che il rito, che dura più di un’ora, è iniziato, e a più riprese durante tutta la sua durata, il sacerdote comincia a fare domande e richieste di ulteriori somme di denaro. Comincerà col dirti: “noi siamo poveri bramini e devi offrire soldi per farci mangiare. Quanti bramini vuoi nutrire ? Tu gli dici: 10. Lui ti dirà: siamo 500 poveri bramini, prendine almeno 20 o 30 da nutrire. Tu gli dici alfine sì per sfinimento e lui ti chiederà: per quanto tempo?
Naturalmente lui sa già tutto di te (chi sei, di che famiglia, e quindi quanto può chiederti e contratterà ferocemente con te). Ti racconterà un sacco di bugie del tipo: dobbiamo aiutare molti bambini che non hanno di che mangiare: quanti ne puoi nutrire ? E per quanto tempo ? e se tu dici 10 lui ti dirà, devi sostenerne almeno venti. Poi continuerà: abbiamo tante mucche da nutrire… e via dicendo).
Alla fine le 50, o 500 rupie iniziali di costo, si trasformeranno in 5.000 o 10.000 rupie che pagherai effettivamente. Si tratta di un vero e proprio metaforico mercato delle vacche.
Ritornando alla vita di Ciarandass, Kunjobay dice: sono nata in Delhi, mi sono sposata a Dehera, nel deserto  del Rajasthan, a dieci Km di distanza da Alwar, uno dei capoluoghi dello Stato: città molto antica e tuttora molto attraente per i turisti per la presenza del Srhiska Park, che ospita una grande varietà di animali selvatici. Intorno alla città ci sono delle colline, ricoperte di alberi e la città è sovrastata da una fortezza che ha le più lunghe muraglie dell’India, circondata da possenti mura. Entro il raggio di qualche chilometro dalla fortezza ci sono paesaggi e resti di antiche strutture spettacolari contornate da colline che continuano fino a Dehera, villaggio natale di Ciarandass.
A meno di un Km. dalla casa di Ciarandass scorreva un fiume di acqua cristallina che usciva dalla montagna, nel quale io stesso, Gyanander, ho visto bere moltissimi animali selvatici. Ma oggi il fiume non esiste più perché i proprietari terrieri lo hanno coperto per conquistare un po’ più di terra, senza rendersi conto che, senza l’acqua di quel fiume, quella terra non ha molto valore.
A Dehera la casa di Ciarandass era molto importante perché lì andava tutto il villaggio a cercare l’acqua che adesso non c’è più, anche se esiste il Bawdi, cioè il posto scavato al cui interno ci sono delle scale che una volta permettevano di scendere in fondo al pozzo per prendere l’acqua, che oggi non c’è più. Il Bawdi vicino alla casa di Ciarandass, ad Alwar (Rajastan) in Neemrara, era profondo sette piani e ancor oggi i turisti vanno a visitarlo. È ubicato all’interno di una fortezza, oggi data in gestione per 100 anni ad un privato che ci ha costruito un albergo extralusso da 500 Euro a notte.

N1 Ram Rup la cui versione della vita di Ciarandass (Ranjit) si chiama:          GURU BHAKTI PARKASH: La luce della devozione per il Maestro
La madre di Ciarandass comincia a raccontare la vita di Ciarandass ai discepoli e due di loro, Ram Rup e Jog Jit, la scrissero in forma di poesia. In seguito altri discepoli, come me, e discepoli di discepoli, hanno continuato a raccontare la vita di Ciarandass, fino ad oggi. Sehjobai, invece, sua cugina, oltre che una fra le più importanti discepole, non ha scritto la vita di Ciarandass, ma delle preghiere per il Maestro, come sua personale espressione di devozione.
La vita di Ciarandass che scrivo adesso prende spunto da quella scritta dal suo discepolo principale, Ram Rup, il cui libro si chiama Guru Bhakti Parkash, che significa “La luce della devozione per il maestro”.
 Prima di iniziare Ram Rup  saluta il Signore senza forma, che lui chiama Sat, Cit, Anand -(Esistenza, Consapevolezza, Beatitudine). Poi saluta la Natura Primordiale, dicendo: la Sua potenza è infinita, come Brahm, e ogni cosa nasce, rimane e viene distrutta dentro di Lei (nel suo ambito). Così Narayan (il Signore), sottomessa Maya, si manifesta nelle tre forme di Brahma, Vishnu e Shiv. Il figlio di Brahma è Yoghi Vashist, il cui figlio è Shaktitriye, che a sua volta è padre di Parashar. Il figlio di Parashar è Ved Viyas e da Ved Viyas nasce Sukdev, che tutto il mondo conosce. Sukdev può andare dove vuole in tutto l’Universo.
Ram Rup fa perikarma intorno a tutti loro, prima di iniziare a scrivere. Questa è la dina-stia di Bhargav (alla quale appartiene Yoghi Barigu, che diede un calcio nel torace a Vishnu)nella quale nasce Ciarandass. Ramrup, suo discepolo, chiede a Ciarandass di mostrargli, tramite la visione divina, la nascita di Sukdev.
Nascita di Sukdev secondo Ram Rup(dal libro Shanti Parav del Mahabharat).
Dal capitolo 323 al capitolo 327 del Moksh Dharam, che fa parte dello Shanti Parav, Ram Rup dice a Ciarandass (Ranjit): “Jai, Jai Shri Ranjit Guru (Ti prego, Guru Ciarandass, di mostrarmi la Lila della nascita di Sukdev, figlio di Vyas e più alto (evoluto) di Lui e di tutti gli altri nella Bhakti, nel Gyan e nello Yog e auto-realizzato (Illuminato). Il figlio di Ved Vias può andare dovunque nell’Universo, vive in beatitudine, non ha nessun desiderio, conosce tutti i testi sacri, e la Sua gloria è pari a quella di Vishnu. Tutti i Rishi e i Muni (Yoghi) s’inchinano davanti a Lui. Questo lo so, dice Ram Rup, ma non conosco come egli sia nato, né chi fosse Sua madre, e sono molto curioso di ascoltare il nettare delle Tue parole, che mi spiegheranno questo, che è ciò che desidero sapere”.
E Ciarandass risponde: “ascolta Ram Rup, senza tap (austerità), non puoi avere niente. Con tap uno diventa più importante di altri. Se uno diventa re, ha potere e prosperità, ma la sua gloria è poca cosa, rispetto a quella che puoi ottenere con Tap, che ti può procurare anche il regno del paradiso. La radice di ogni cosa è il tap. Con l’austerità si controllano i sensi e controllando i sensi diventa più facile controllare la mente”.
Da questo momento Ram Rup comincia a vedere le cose in stato di meditazione, mentre Ciarandass continua la sua spiegazione.
“Una volta Muni Vedviyas ebbe il desiderio di avere un figlio e con questo desiderio andò da Shiv, che era sul monte Sumeru con Parvati, Sua moglie, seduta alla Sua sinistra, e i Suoi devoti, sotto un albero sacro, in beatitudine. Vedvyias cominciò  a fare austerità sempre desiderando avere un figlio che avesse le qualità dei cinque elementi: la pazienza della la terra, la purezza dell’acqua, l’aura del fuoco, la capacità di muoversi senza impedimenti dell’aria e la grandezza dell’etere. Per cento anni non mangiò nemmeno la frutta, né bevve acqua: si nutriva solo di vento (aria). C’erano lì anche altri Yoghi, Braham, Rishi, Raj Rishi, Yam, Indr, Varun, Vayu, Kuber, Agani, Vasu, Terra, Sole e Luna, sette Siddh, montagne in forma di corpo umano, Fate, Gandharv, 84 (ottantaquattro) Siddh, Narad Muni. Erano sul Loka del monte Suméru, il Loka di Shiv, che aveva al collo una ghirlanda di fiori gialli come il tramonto. Vyas, fatta la faticosa salita, rimase attento per non perdere il suo tap, e non è diventato debole, anzi! I suoi capelli, ondeggiando al vento, manifestavano scintille come fulmini e tutti i Rishi, Muni e Yoghi cominciarono ad esclamare: meraviglia! meraviglia!
Quando Shiv seppe di questa austerità, andò da Ved Viyas sorridente e gli ddiede la Sua benedizione, dicendo: il tuo desiderio si esaudirà, ti nascerà un figlio con le qualità dei cinque elementi e vivrà sempre nella beatitudine di Dio (Ram), sempre concentrato sul Signore.
Dopo aver ricevuto la benedizione di Shiv, Vedvias tornò nel Suo Ashram e rimase, sempre felice, attendendo l’arrivo del figlio e curioso di vedere in quale modo sarebbe arrivato.
Un lunedì, a metà del mese di Vesakh (l’ultimo mese della primavera), durante la luna scura (nuova), dopo che era sorto il sole, Vedviyas  stava facendo la cerimonia del fuoco e aveva messo tutte le cose che servivano (fiori, acqua, samgri (erbe), legni, incensi ecc.) e cominciato ad accendere il fuoco strisciando, vigorosamente, un legnetto dentro l’arni (sistema di accensione del fuoco strisciando appunto vigorosamente un legnetto dentro il foro di un altro legno, riempito di foglie secche). In quel momento passò davanti a Lui la fata Dhritacci, con i vestiti trasparenti e aderenti (come fossero bagnati), con forme talmente perfette e una bellezza indescrivibili ! Vyas, guardando la fata e attratto dal desiderio per Lei, si distrasse e cominciò a roteare più velocemente il legnetto dentro l’arni e, a causa della benedizione di Shiv, non riuscì, nemmeno volendolo, a trattenere il suo seme.
Il Suo Bindu cadde nel fuoco, che s’era acceso proprio in quel momento, e istantaneamente, uscì dal fuoco un bambino bellissimo, completamente nero. Da lì uscì in quel momento anche il fiume Gange, che prese la forma di una donna e fece il lavaggio del bambino, mentre il vento portava fiori che cadevano sul suo corpo e tutt’intorno. Il cielo donò una pelle di antilope nera, assieme al bastone dand, che tengono sempre con loro gli Yoghi. I Gandarve vennero con i loro strumenti musicali assieme a molte fate che danzavano. Gli dei suonavano le loro trombe e le loro Shankh (conchiglie) e altri tipi di strumenti musicali. Vennero i Pitar, i Narad Muni, e Parvati, che fece gli auguri con il rito di mettere una cosa colorata sopra al luogo.
Indr regalò il kamandal di legno, che serve per mettere l’acqua ed è simbolo di rinuncia per gli yoghi, mentre sopra volavano tutti i tipi di uccelli, pappagalli, cigni, pavoni ecc, cantando di gioia.
Il sacerdote degli dei, Brhaspati, venne per dare la conoscenza dei Veda, anche se Sukdev già li conosceva, e quindi solo per svolgere la formalità del passaggio della conoscenza, ma non di quella spirituale, che Sukdev avrebbe avuto da re Janak.
Finiti tutti i riti, Sukdev si trasformò istantaneamente in un ragazzo di sedici anni, manifestazione che conserva ancora oggi, come anche Krishan, salutò il padre e se ne andò. Il padre, che aveva fatto cento anni di tap per averlo, rimase molto male e gli corse dietro, ma non avendo la capacità di volare, come Sukdev, fu costretto a desistere dall’inseguirlo.